Ogni mattina, come un vero e proprio rituale, leggo velocemente le news, poichè gli impegni lavorativi e la famiglia non  mi consentono di seguire assiduamente l’evolversi frenetico della vita che ci circonda, senza far mancare, naturalmente, anche le novità riguardanti il mondo enologico e tutto quello che lo riguarda, con un occhio diverso, si spera, rispetto a quello che generalmente si legge in gran parte della rete. Bene, questa mattina, nei meandri del web, ho scovato un articolo che fa riferimento alla pubblicazione di un libro, dal titolo “Non è il vino dell’enologo – Lessico di un vignaiolo che dissente“, che rappresenta, se vogliamo, una voce fuori dal coro o meglio, un attacco a un sistema consolidato. L’autore del testo è Corrado Dottori, un vignaiolo che produce Verdicchio e non solo sulle colline marchigiane, a Cupramontana per la precisione, nell’area dei Castelli jesini, dedicatosi ai vigneti dopo essersi licenziato da un posto garantito in una grande banca internazionale a Milano.

 


Nel libro è racchiuso un viaggio all’interno del mondo vigna e nella vita di chi se ne prende cura, in tutte le sue fasi, dalla cantina fino agli scaffali di vendita,  passando per la critica del gusto e i terroir, dall’enologia a Luigi Veronelli, un racconto, per dirla tutta, del mondo del vino che non trova spazio nelle guide o nei manuali sul bere, di facile approccio e lettura. Quale sia il viatico intrapreso dall’autore, è ancora più chiaro se si tiene conto che nel testo ci sono ben due prefazioni, una a firma dello “sconquassatore” Jonathan Nossiter, regista del documentario Mondovino, mentre l’altra è di Giampaolo Gravina, esperto di enogastronomia e una delle menti della “Guida Vini dell’Espresso“.
Ecco qualche estratto del contenuto, che ho trovato in rete:
È la vigna a rispondere. Col suo aspetto, le sue forme, la sua vegetazione. I tralci si distendono meglio, le foglie ingialliscono dopo, il vigneto appare come un elemento vivente che è solo parte di un ambiente naturale fatto di erbe e insetti e animali. E camminarci in primavera è una meraviglia. Immagini le radici, nel buio della terra, sensitive, cercare acqua e humus e minerale. Vedi i tralci che iniziano a spingere verso l’alto, verso la luce, arrampicandosi in direzione del cielo. E in mezzo le foglie che respirano. Creando energia. Mutando acqua e anidride carbonica e luce in sostanze nutritive. Qualcosa di straordinario che l’uomo, ancora, non è riuscito ad avvicinare“.
E ancora: “Che cos’è il vino, dunque? Quel liquido misterioso che per millenni ha messo in correlazione l’uomo con lo spirito del mondo, o quella banale soluzione idroalcolica descritta dai manuali di enologia? Alla fine arrivo a capire che la sofisticazione dei vini, scacciata dalla porta, rientra dalla finestra sotto forma di legalissima manipolazione. Una colossale manipolazione del gusto che viaggia a braccetto, essendone il completamento, con la manipolazione delle coscienze e delle intelligenze”.
 
 
 
Jonathan Nossiter, nella sua prefazione, definisce il testo come “non un libro sul vino, anche se sul vino ha da dire cose molte più importanti e interessanti di quasi tutti quegli inanimati libri di apparatchik che gli editori fanno circolare in giro per il mondo“, ponendo poi l’accento su quale sarà il futuro della nostra terra, vittima del riscaldamento climatico, l’uso promiscuo degli OGM, l’inquinamento cancerogeno dei mari e dei suoli, subendo passivamente “tranquillamente seduti, viziati dai nostri conforti consumistici sempre più virtuali, annodati per via ombelicale ai nostri computer lasciando che multinazionali, industriali, politici e agricoltori cinici pianifichino il suicidio globale“. Il regista, poi, si sofferma sulle ragioni del vignaiolo-scrittore e della sua scelta di vita, forte in tutti sensi, fatta dell’espressione della terra senza prodotti chimici, quello che distingue un vignaiolo naturale da un semplice produttore biologico. “La sua ricerca di una più profonda e più avanzata moderna espressione dell’identità storica del Verdicchio dei Castelli di Jesi, la sua ricerca di un prodotto tangibile dell’identità del suo paese di origine, Cupramontana, lo ha portato a straordinarie scoperte; su se stesso, i suoi genitori, sua moglie e i suoi figli, su ciò che significa essere un cittadino che dissente, un artigiano (che per sua natura è oggi un atto di dissenso), un pacifico guerriero alla ricerca del contributo da dare – sempre con modestia – alla preservazione del nostro pianeta e della nostra civiltà. Perché la nostra sola speranza sta in quello che ciascuno di noi può fare“.
Diverso è l’approccio, e non poteva essere altrimenti, di Giampaolo Gravina che rafforza il concetto di territorio, spesso abusato e banalizzato, facendo avvertire un “bisogno diffuso di vini capaci di riannodare ed evidenziare la relazione con i propri luoghi di origine, di valorizzarne la vocazione più autentica, di recuperare un’identità specifica, spesso espressa in modo contraddittorio e ambiguo“. Lo stesso giornalista sviscera gli altri temi che animano il mondo enologico, come l’omologazione del gusto favorita dal vino industriale secondo alcuni, dalla necessità che il vino si faccia in vigna, meglio se da autoctoni, salvo poi “mostrare una prudenza a dir poco stagnante nell’interpretare e valutare quegli assaggi in cui le ragioni della confezione enologica cedono il passo a un carattere più immediato e meno rassicurante, quando non apertamente insofferente alle regole della grammatica enologica“. Ed ecco che il pomo della discordia diventa l’enologo, perché se “il suo ingaggio si traduce in un’investitura acritica, se la sua consulenza è ispirata a un certo interventismo e se le procedure adottate prevedono protocolli standardizzati e prodotti selezionati, quello che finisce in bottiglia diventa il più delle volte il vino dell’enologo“, un tecnico “le cui giuste preoccupazioni per la sicurezza e l’igiene dei vini sono spesso deformate in ossessioni; la cui rispettabile professionalità di “medico del vino” è pervertita in calcolo del gusto“. Giampaolo Gravina, infine, sostiene che “ci vorrebbe un Corrado Dottori in ogni regione del vino, per aiutarci a restituire autentica dignità di problema alle molte questioni che abbiamo davanti“, anche se immagina che il finale è già scritto, “so già che ai maestrini della matita rossa e blu Dottori farà storcere il naso e arricciare il sopracciglio: come quando molti sedicenti degustatori assaggiano i suoi vini e scuotono la testa, rimproverando l’assenza di limpidezza, l’acidità volatile piuttosto alta, la sapidità violenta, il finale brusco“.
 
 
 
Ci sono molte verità in entrambe le prefazioni, anche se enfatizzate in maniera diversa, la prima di natura apocalittica dallo stile inconfondibile, la seconda più pacata, ma altrettanto decisa e dura su quelli che sono gli argomenti cruciali del sistema vino, che tanto fanno discutere, particolarmente in questo periodo di “bicchieri”, “grappoli” e “bottiglie”. Senza volermi schierare, anche se il mio pensiero in proposito è stato espresso diverse volte nel blog, è chiaro che i concetti di sostenibilità, di biologico, di naturalità, fanno ormai parte, a pieno titolo, del panorama vitivinicolo e non. Di questo se sono accorti tutti ormai, o quasi, e spunti come questi, racchiusi in un libro che descrive l’umiltà, la passione e il tormento di un produttore, di denuncia e lotta contro un sistema, non possono che far bene, indipendentemente dal proprio “credo”.  Si leggono tante cose in materia, spesso di gente che non c’è mai stata in una vigna o che non si è mai sporcata le mani, non vedo perché bisogna bollare a priori un simile approccio “radicale”.
 
Sebastiano Di Maria