Sintesi dell’intervista rilasciata a Primonumero, pubblicata sabato 14 settembre 2013.
Intervista a Sebastiano Di Maria, esperto del settore vitivinicolo. La produzione dovrebbe aumentare dell’8 per cento rispetto alla scorsa stagione. “Tuttavia” ammonisce l’esperto “se la nostra regione vuole avere un futuro nella produzione di uve da vino deve puntare sulla qualità del prodotto, e non soltanto sulla quantità”. Secondo Di Maria occorre concentrare gli sforzi anche sul lancio della Tintilia, il vitigno locale che deve essere valorizzato. E poi: i costi della vendemmia, l’impiego dei braccianti, la riduzione dei terreni destinati alla vite

di Alessandro Corroppoli
 
Il 2013 sarà un’ottima annata per la vendemmia regionale ma “la scelta di fare quantità anziché qualità alla lunga non ha pagato in questi ultimi anni” con il risultato che “molti produttori sono confluiti in realtà cooperativistiche del vicino Abruzzo e molte delle uve ancora oggi prodotte in Molise vanno al di fuori dei confini regionali”. Secondo il Dottor Sebastiano Di Maria, Tecnologo Alimentare con un Master in “Gestione del sistema vitivinicolo”.

Dottor Di Maria il 2013 sarà un’annata buona per la vendemmia regionale?
«In questo periodo dell’anno si fa una stima sulla vendemmia sia in termini quantitativi sia qualitativi. I dati che sono emersi da questa prima analisi stimano una produzione di circa quarantaquattro milioni di ettolitri di vino, circa l’8 per cento in più alla campagna 2012. Attenzione però a facili entusiasmi: la campagna 2012, infatti, che secondo le stime doveva essere la più scarsa degli ultimi cinquant’anni, in realtà è stata poi sopra della media degli ultimi anni».

Insomma le premesse per un’ottima annata pare ci siano tutte. Mediamente un ettaro di vigneto quanta uva produce?
«Dipende dal sistema di coltivazione. Il tendone non solo è ancora la forma più diffusa in regione, ma è anche una delle più produttive, in particolar modo se irriguo. In genere in un vigneto del genere si possono superare tranquillamente i 300 quintali per ettaro, fino a punte di 500 per le uve bianche. Purtroppo, da queste uve, non bisogna aspettarsi granché in termini qualitativi, sono solo un’ottima fonte di reddito per chi le produce».

Quantità a discapito della qualità, in definitiva …
«Non è sempre così. Per fortuna esistono delle realtà, anche in regione, che puntano più sulla qualità dove il sistema di coltivazione non è a tendone ma a spalliera e i quintali di produzione arrivano intorno ai 120 per ettaro. Da questi vigneti di solito nascono vini di grandi qualità».

Che costi ci sono per la raccolta?
«Le grandi aziende hanno la possibilità di raccogliere, attraverso vendemmiatrici, grandi quantità di uve in poco tempo, con un sostanziale abbattimento dei costi. Una vendemmiatrice, in condizioni ottimali, può impiegare due ore per ettaro con un costo pari a circa 500 euro l’ora se ci si affida a una ditta esterna».

Manualmente invece?
«Dipende molto dal tipo di piantagione. Generalmente, giacché una persona può raccogliere circa 15 quintali di uva al giorno, per le viti a tendone sono necessarie circa venti persone e quindi il costo per la raccolta è di circa 1000-1200 euro per ettaro».

Chi sarà a vendemmiare? Vedremo sotto i filari braccianti agricoli extracomunitari oppure ci saranno laureati e disoccupati?
«La raccolta manuale rappresenta un costo importante. Un aiuto per le aziende sono i “Voucher” per il lavoro occasionale (rilasciati dall’Inps) utilizzabili, nel caso della vendemmia, solo per pensionati e studenti. In genere le piccole aziende utilizzano manodopera familiare. Quelle più grnadi oltre ad affidarsi agli stagionali o ai braccianti, che già lavorano alla cura dei vigneti in altri periodi dell’anno, si affidano a piccole cooperative di stranieri, rumeni in particolare. La raccolta dell’uva, ma anche quella successiva delle olive, rappresenta una soluzione importante, anche se temporanea, per chi ha difficoltà nel trovare un lavoro».

Quali sono le uve che vanno per la maggiore in Molise?
«Senza dubbio la varietà Montepulciano, per le uve a bacca rossa, e i Trebbiani, per le uve a bacca bianca, sono le più coltivate. Poi ci sono vitigni altri italiani come Sangiovese, Falanghina e Aglianico, oppure internazionali come Chardonnay e Cabernet ma attenzione, alla probabile crescita del Pinot Grigio che forse molti non sanno essere il vino italiano più bevuto al mondo, il cui mosto è particolarmente appetibile per le grandi cantine e gruppi imprenditoriali del nord».

Si dimentica della Tintilia?
«Assolutamente no. La Tintilia è il vitigno regionale per antonomasia, rappresenta l’unica forza per il rilancio dell’enologia regionale e la sua produzione deve necessariamente aumentare».

Cosa andrebbe migliorato nel mondo vitivinicolo molisano?
«Le faccio una premessa. Negli ultimi vent’anni, in regione c’è stato una riduzione di superficie adibite a vigneto. Attualmente gli ettari coltivati ad uva sono 5.800».

Riduzione dovuta a cosa?
«La scelta di fare quantità anziché qualità alla lunga non ha pagato. Molti produttori locali sono confluiti in realtà cooperativistiche del vicino Abruzzo e molte delle uve ancora oggi prodotte vanno al di fuori dei confini regionali, tanto da rischiare concretamente di perdere la denominazione “Osco” o “Terre degli Osci” a favore dei nostri “cugini” abruzzesi. La Regione Molise solo di recente si è adoperata per evitarne lo scippo».

Della serie, “si chiude la stalla quando i buoi sono già scappati”?
«Pare proprio di sì. Però c’è da dire che vi è stata un’impennata importante nella qualità dei vini prodotti, come certificato dal numero crescente di riconoscimenti nei vari concorsi enologici. L’obiettivo da perseguire, quindi, è la ricerca della qualità, evitando l’invio di autocisterne con mosto-vino in altre realtà territoriali, evitando la vendita di uve fuori dei confini regionali, ma cercando di imbottigliare e conquistare i mercati, mi riferisco in particolare a cooperative di produttori, visto la forza straordinaria del marchio dei vini italiani nel mondo».

 
A tal proposito, cosa si sente di dire al neo assessore all’agricoltura regionale Vittorino Facciolla?«C’è grande fermento e passione intorno al mondo del vino come strumento di promozione. Ma per crescere c’è bisogno che istituzioni, mondo produttivo, associazioni e accademici coordinino le loro iniziative».

Ci sta dicendo che non c’è collaborazione tra Regione e imprenditoria agricola?
«Sì, lo scollamento che esiste tra produttori e istituzioni è concreto».

Ci faccia qualche esempio concreto?
«Per esempio all’ultimo Vinitaly (la più importante rassegna enologica che si svolge ogni anno a Verona, ndr.) solo parte delle nostre aziende erano presenti nello stand allestito dalla Camera di Commercio di Campobasso. Quest’anno, inoltre, vi sono state nuove defezioni rispetto alla precedente edizione. Il disappunto verso le politiche istituzionali regionali è netto. Altro esempio concreto è il funzionamento del Consorzio di tutela dei vini del Molise: non si conoscono iniziative volte alla valorizzazione delle produzioni locali. Cosa fa questo Consorzio? Come aiuta il mondo vitivinicolo regionale ad aumentare il proprio valore? Di fatto esiste solo sulla carta».

In sostanza, allora, cosa chiede all’assessore regionale?
«Il nuovo Assessore, a mio avviso, dovrà riannodare i rapporti con il mondo produttivo, attraverso una piattaforma condivisa attorno a cui costruire un unico brand, cioè un unico marchio. Ci vuole una programmazione seria e mirata basata sulla valorizzazione della Tintilia, vera forza per emergere in un sistema omologato. E poi non solo vino, ma una sinergia con le altre eccellenze, come l’olio extravergine, i formaggi, il tartufo e un territorio rurale per gran parte ancora incontaminato».

Dottor Di Maria lei si occupa anche di promozione e diffusione della cultura enologica. Ha creato un blog dal quale è nato il progetto “Scuola del Gusto” ottenendo riconoscimenti e collaborazioni con importanti riviste del settore.
«Il blog è stato la risposta immediata dopo gli studi condotti durante il Master nella prestigiosa location della Fondazione Edmund Mach di San Michele all’Adige, la più importante scuola enologica in Italia. L’intento era di portare e diffondere la cultura enologica in Molise. Dal blog è nato il progetto “Scuola del gusto”, svoltosi presso l’Istituto Tecnico Agrario di Larino, attraverso il percorso formativo multidisciplinare “Un Molise divino”, che tanto successo ha riscosso in termini di adesioni e consensi tra gli addetti del settore. Penso al seminario “Sorsi di cultura”, il primo nella Regione in cui si è parlato di antropologia, archeologia, arte, ruralità, territorio e marketing come chiave di volta per il suo sviluppo, oppure agli “Itinerari del gusto”, percorsi formativi e informativi».

 
Fonte: Primonumero